About a Boy o Un Ragazzo: è meglio il film o il libro scritto da Nick Hornby?



Secondo voi è meglio un libro o la sua trasposizione cinematografica? O meglio è possibile godersi la prosa dopo aver visto la sua avventura trasportata su pellicola?  Questo è quanto mi sono chiesto in questi giorni quando sotto mano mi è capitato Un ragazzo di Nick Hornby, il più hollywoodiano degli scrittori inglesi.

Avevo già visto il film, About a boy con Hugh Grant e mi chiedevo e richiedevo che senso ha leggere questo libro. A dar forza alla mia affermazione, in questo caso, c’era la consapevolezza della scrittura cinematografica di Hornby, autore che spesso e volentieri sembra scrivere più per il cinema che perla letteratura. Non c’è nulla di male, per carità, sia chiaro, basta saperlo e Hornby non è un autore di grandi pretesi, conosce i suoi limiti ed è bravo, diciamocelo chiaramente, molti dei nostri sedicenti autori di best seller dovrebbe imparare da lui come catturare il lettore.

Passando a Un Ragazzo, questa è la storia di un modello Peter Pan contestualizzata nell’Inghilterra a due velocità degli anni 90, dove il post Tatcher aveva spaccato in due la società, cioè tra arricchiti, come il narciso protagonista, e impoveriti, gente costretta a ingegnarsi per arrivare a fine mese.

Avendo visto il film si conosce già la trama ma è d’obbligo sottolineare come alcuni passaggi siano davvero magistrali, da manuale di scrittura, vedi il tentativo di suicidio d’una madre divorziata o la rappresentazione del bullismo scolastico.

Il problema, nel confronto tra questo libro e la sua versione cinematografica, è presto detto. Il film scivola via in due ore gustose, senza troppe pretese mentre il libro risulta frammentato, poco omogeneo, incapace di generare un flusso narrativo decisamente continuo.

Che dire allora? Beh suonala ancora Sam, pardon provavi ancora Nick!

“Così, ecco cos’erano diventati allora: un’enorme, felice famiglia allargata. È vero, questa famiglia felice comprendeva un bambino invisibile di due anni, un dodicenne balordo e una madre con manie suicide; ma la legge degli sfigati imponeva che questo fosse proprio il genere di famiglia alla quale finivi con l’appartenere se non ti piacevano le famiglie in linea di principio”.

(Nick Hornby, “Un ragazzo”, Dodici, p. 77)