Alda Merini poesie, alcune edizioni di rilievo



Tra poco più di un mese, il 21 marzo, avrebbe compiuto 80 anni, Alda Merini (1931-2010), e il Comune di Milano si prepara, non senza polemiche, ad aprire la Casa della Poesia a lei dedicata nei pressi dei Navigli, dove la donna risiedeva.

Intanto, a oltre un anno dalla sua scomparsa, si moltiplicano le vendite delle sue opere, raccolte di scritti organizzati per tematiche, sensazioni, concetti. Tra le pubblicazioni più originali, quella dell’editore barese Acquaviva “Io dormo sola” (2003), dal formato ridotto e la copertina di cartoncino grezzo, con il ritratto acquerellato di una Merini ormai matura, tra le mani la cornetta del telefono (la poetessa rimasta vedova nel 1981 inizierà a comunicare telefonicamente con l’anziano pittore pugliese Michele Pierri, che sposerà nel 1983 a Taranto).

Essenziale e compatto, il libro curato da Giuseppe D’ambrosio Angelillo raccoglie liriche dove si mescolano amore, sogno e dolore, stampate con i caratteri tipici della macchina per scrivere.

Elementare e colorata, invece, la copertina che avvolge “Aforismi e magie”, pubblicato da Rizzoli (1999) e illustrato da Alberto Casiraghi che, poeta e amico della Merini, si fece anche suo editore per la casa Pulcinoelefante. Prezioso e dal sapore quasi infantile, il volume di Rizzoli arricchisce le parole con le illustrazioni, che interpretano i versi  con tratti decisi, elementari, persino spiritosi.

Essenziale e, come di consueto, formalmente ridotta all’osso, invece, la pubblicazione dell’editore Einaudi. Nel riproporre “Vuoto d’amore”, che uscì per la prima volta nel 1991, sceglie come per tutte le sue collane di poesia una copertina lineare, scarna, illustrata semplicemente dai versi di una lirica contenuta poi nel volume.

E che, nera su fondo bianco, parla a nome dell’intera raccolta: “Vuoto d’amore” si divide in sezioni, da quella dedicata al marito Pierri, a quella destinata all’amico pittore Charles, a quella per una figlia.

Al centro della raccolta, il tema dell’amore, ma anche quel senso di schiavitù della poesia, da cui l’artista si sentiva, talvolta, inevitabilmente oppressa: “O poesia, non venirmi addosso,/ sei come una montagna pesante,/ mi schiacci come un moscerino;/ poesia non schiacciarmi,/l’insetto è alacre e insonne,/ scalpita dentro la rete/poesia, ho tanta paura/non saltarmi addosso, ti prego.”