Dalla Vita degli Oggetti di Adam Zagajewski





In un celebre discorso Iosif Brodski ha voluto esprimere parole d’elogio per la poesia polacca, citando in maniera decisa due alfieri su tutti, cioè Czeslaw  Milosz, che vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1980 e Zbigniew Herbert,  ma noi non possiamo e non vogliamo affatto dimenticare altre due importanti  figure letterarie della Polonia, come Wislala Szymborska, altro Premio Nobel, e Tadesuz Rozewicz.

Ed è proprio in mezzo a tutti loro che, non ultimo, risiede  Adam Zagajewski, il cui nome è già circolato nell’ambiente del comitato del Nobel, ma  che paga lo scotto di essere arrivato dopo Milosz e la Szymborska, e difficilmente,  a Stoccolma, decideranno di premiare ancora una volta la Polonia della Poesia, ma ma dire mai.

Zagajewski sta vivendo dunque, in un certo qual modo, all’ombra di due colossi della Poesia, cosa che avrebbe potuto svilire, mortificare o sfiancare chiunque altro ma non lui, che anzi sembra fortificarsi, arrivando a plasmare una poesia- ombra di altissimo livello, arricchita da versi minuziosi e introspettivi, come ad esempio Nelle città Straniere “E pure la sofferenza  non è poi così/mia: il matto locale farfuglia/ in una lingua straniera, e la disperazione/di una ragazza sola in un cafè è come/il frammento di una tela in un museo cupo”, versi non a caso dedicati a Zbigniew Herbert,  grande osservatore delle cose dell’uomo.

In Storia della Solitudine è invece  l’universo. come concetto, che va declinando verso l’uomo, ormai smarritosi al centro infatti “La Luna si mette in posa per le foto”, ma nelle opere di Zagajewski non possono mancare i riferimenti ai viaggi, tra cui l’Italia, i luoghi dell’anima dove interrogarsi, tra una contraddizione e l’altra, per cercare di migliorarsi, di migliorare il verso e il suo desiderio continuo.

Una poesia, questa di Zagajewski,  che abbandona l’aspetto classico della catarsi, per diventare comprensione, come si può vedere ne La Sconfitta dove “Il tè amaro ha il sapore di profezie bibliche. Purchè non ci sorprenda la vittoria”, ma l’autore di questo Dalla Vita degli Oggetti  sembra davvero conoscere un aspetto diverso della sconfitta perché nella sua città natale, Leopoli,  questa potrebbe ironicamente essere paragonata a un passo di danza, a un qualcosa di ritmicamente imposto dalle vicende storiche dell’Europa dell’Est, tanto che ne La bandiera arriva addirittura a scrivere “La mattina mi sveglio e cerco di appurare con l’aiuto di un binocolo da teatro quale bandiera sventoli sulla mia città”, quasi a voler omaggiare il Milosz delle Città senza nome (Miasto bez imienia).

E quando la sconfitta diventa nazionale allora non può che bruciare come La febbre appunto, dove  ”La Polonia, febbre riarsa sulle labbra dell’emigrato….”, nazione che, sempre restando in questa vibrante e appassionata silloge, viene descritta come un “paese senza aculei” che nulla ha potuto contro lo scorrere del sangue,  contro “L’armata nera, l’armata rossa, l’armata verde, arcobaleno di ferro” precise parole, usate per colorare Il Fiume.

Zagajewski  storicamente è dunque un cittadino dell’Est Europa, come abbiamo visto, e forse, come riflesso condizionato non ama troppo le restrizioni, infatti ne il Fuoco si definisce così “Sono suppongo, un comune borghese paladino dei diritti individuali, la parola libertà per me non ha confini”.

Questa raccolta, pubblicata dall’Adelphi, è curata da Krystyna Jaworska che, nella sua post fazione intitolata La poesia tra incanto e ironia, a proposito del linguaggio poetico dell’autore, ne sottolinea più di una volta l’universalità, infatti come lei stessa precisa è un vate facilmente traducibile e diretto nei versi, come solo i grandi del verbo sanno essere. Manca purtroppo qui, ahi noi, la versione originale, il testo a fronte, un’extra inutile per molti, ma a dire il vero l’Adelphi con altre raccolte, polacche comprese, ci aveva abituati bene.

 

Adam Zagajewski

Dalla vita degli oggetti
Biblioteca Adelphi
2012, pp. 234
isbn: 9788845926822
Poesia, Letterature slave