Il Ghetto di Varsavia lotta di Marek Edelman



Segnaliamo una lodevole iniziativa di una casa editrice italiana che seguiamo sempre con piacere, cioè la Casa Editrice Giuntina, che nelle scorse settimane ha pubblicato qui da noi Il ghetto di Varsavia lotta di Marek Edelman, il leggendario vicecomandante del gruppo di insorti che, dal 19 aprile al 9 maggio 1943, tennero testa, allora unici in Europa, per tre settimane all’esercito invasore tedesco che aveva invaso il loro Paese.

Il racconto narra in prima persona quell’eroica resistenza impegnata, a costo della vita, a salvare l’onore e la dignità di una città, di una capitale, di una nazione e di un popolo dall’oscurantismo storico, e non solo, voluto dai nazisti decisi ad attuare il loro programma di distruzione.

Wlodek Goldkorn, nell’introduzione a Il Ghetto di Varsavia lotta , fa notare come l’opera debba essere contestualizzata, ossia letta tenendo conto del contesto in cui è stata scritta: all’epoca la tragedia della guerra stava scemando e la maggior parte dei militanti del Bund, il partito socialista dei lavoratori ebrei, non sionista, costituito a fine ‘800, vittima in seguito del totalitarismo sovietico erano quasi tutti scomparsi.

Il primo problema, secondo Goldkorn, da affrontare è quello parola visto che non esisteva alcun canone, alcuna regola per narrare l’inenarrabile; non esisteva infatti il termine “Olocausto”, né, meno che mai, quello, più appropriato, di Shoah. Siamo di fronte a un testo diretto scarno, poco descrittivo e per nulla poetica ma tanto crudo, linguaggio forse ideale per raccontare i drammi del Ghetto e delle insurrezione:

“A quei tempi, non esisteva alcun canone della scrittura sulla Shoah, e neanche la parola. Non si sa come raccontare l’inenarrabile. Marek Edelman è uno dei primi a tentare. Il risultato: questo testo è oggi più attuale che mai. Lo è perché non è un racconto epico delle gesta belliche, ma una storia su come un gruppo di ragazzi e ragazze abbia tentato di riscattare la dignità e salvare la vita di un’intera città che si voleva condannata a morte e all’ignominia.”

dall’Introduzione di W. Goldkorn a Il Ghetto di Varsavia lotta