Il Giardino delle Vergini Suicide di Jeffrey Eugenides





Uno dei libri, pubblicati da una major, che val la pena riscoprire, per chi ancora non lo avesse letto è “Il giardino delle Vergini Suicide” opera che contribuì a rendere famoso nel mondo  Jeffrey Eugenides, prima del suo ottimo Middlesex, da cui fu tratto anche un fortunato film con una giovanissima Kirsten Dunst.

Una voce narrante, una ventina d’anni dopo, si sfoga in un monologo poetico e melanconico sulla giovinezza perduta, quella delle cinque sorelle Lisbon, oggetto del desiderio del narratore e di tutta la piccola comunità.

Le Lisbon sono 5 ragazze dai 13 ai 17 anni, frutti proibiti dall’inarrivabile sapore mistico, che una volta espulse, cacciate dal paradiso di una società perbenista decidono di svanire nel mondo con il modo più triste che si conosca.

“Non riuscivamo ad immaginare il vuoto interiore di un essere umano che si accostava un rasoio al polso e si apriva le vene: il vuoto e la calma. E abbiamo dovuto imbrattarci il muso nelle loro ultime tracce, orme fangose sul pavimento, bauli calciati via, respirare per sempre l’aria delle stanze dove si sono uccise. In fondo non contava quanti anni avessero, o che fossero ragazze, ma solo il fatto che le avevamo amate e che loro non avevano udito il nostro richiamo; non ci odono neanche adesso che siamo quassù, nella casa sull’albero, con i capelli radi e un pò di pancia, e le chiamiamo perché escano dalle stanze in cui sono entrate per trovare la solitudine eterna, la solitudine del suicidio, che è più profondo della morte, le stanze dove non troveremo mai i pezzi per rimetterle insieme”.

Un libro intenso, denso, con una prosa che scorre viva come sangue, dove alcuni passaggi, contrariamente a quanto potreste pensare dal titolo, sono un vero e proprio inno alla vita.