Il Torto del Soldato di Erri De Luca





La storia di De Luca e della lingua Yiddish mi venne raccontata tempo fa da un mio amico romano di letteratura, durante una veloce visita al Ghetto, poi chissà perchè è rimasta sepolta, per molto, troppo  tempo a dire il vero, nella mia lacunosa memoria; almeno fino a questo splendido libro Il Torto del Soldato. Splendido ce l’ho aggiunto io, quindi è un parere personale, ma questo libro val la pena davvero di essere scoperto in ogni suo significato: leggere per credere.

Dicevo che lo scrittore napoletano ha infatti  imparato la lingua yiddish, lingua con un impianto grammaticale tedesco,  che si legge da destra a sinistra, da auto didatta. Vuoi per passione, vuoi perché , lo yiddish, la lingua degli ebrei d’Europa, potrebbe assomigliare al napoletano, veloce da parlare e tagliente nei modi di dire.

De Luca prendendo spunta da una lettera ricevuta, dove gli venivano chiesto di  tradurre dallo Yiddish, ci propone ora questo suo Il Torto del Soldato, volume di separazione, spezzato a metà, potremmo dire.

L’autore comincia dunque parlando d’amore, dell’amore che uno scrittore prova per la lingua ebraica, per il  fascino delle traduzioni e di alcune parole, ma anche per il viaggio che quest’uomo compie, recandosi a Varsavia, da semplice operaio e non ancora intellettuale riconosciuto, per visitare i tragici luoghi della shoah.

Sarà poi il dubbio nutrito dalla speranza di un universo sì complicato, ma completo che porterà l’uomo, in questa storia pubblicata da Feltrinelli perchè qui già siamo tornati al volume abbandonando la vita di De Luca, a un confronto probabile quanto impossibile con il passato.

 

“Comunque definisse il suo servizio in guerra, comunque lo riducesse agli effetti di una sconfitta, per me restava certa e senza appello la sua colpa. Gli ho opposto la mia volontà di non volere alcuna spiegazione. Se le cose stanno come dice lui, il torto del soldato è l’obbedienza.
Credo mi abbia frainteso per il resto della vita insieme. La mia cura per lui aveva bisogno del malinteso. Svelarlo ci avrebbe scagliato uno contro l’altra. Mia madre fu sua complice, oltre che compagna. Lo amò sapendo chi era, accettando clausole e conseguenze. Io ho accettato il posto di figlia senza patto di complicità. Se lo ha creduto un fatto e un punto fermo, è appunto il malinteso che ci ha permesso di vivere insieme”.