Intervista con Boris Virani autore di Mangia la Zuppa, Amore presentato al Premio Strega 2011





Boris Virani non ce l’ha fatta per un soffio a rientrare tra i 12 finalisti del Premio Strega ma Mangia la zuppa, amore è stato presentato al Premio Strega 2011 (era uno dei 19 libri ammessi se ricordate)-
Lla sua candidatura è stata presentata da Paolo Ruffilli e Predrag Matvejevic.

Ora facciamo due chiacchiere con lui a proposito del suo libro.

NDA Questa mini intervista è il risultato della presentazione on line che l’autore ha tenuto su Facebook, tramite il profilo della casa editrice, coordinato dal direttore editoriale Gordiano Lupi

Di cosa parla il libro?

Il libro racconta la vita di un ragazzo senza nome, nei suoi movimenti più banali. Il ragazzo è il personaggio narrante e riporta in presa diretta ciò che pensa, ciò che accade intorno a lui in un mondo statico, privo di dimensioni e fuori dal tempo, popolato da personaggi indefinibili, a volte bizzarri a volte fin troppo comuni: una realtà diversa di per sé o distorta dallo sguardo allucinato del giovane protagonista, che sembra trovare un equilibrio accettabile soltanto nel sapore dolciastro di una strana zuppa.

Qual è stato il percorso del libro?

Il testo è cambiato molto nel corso dei mesi, è cresciuto, rispetto alla versione originale, attraverso numerose revisioni. Cambiare mi diverte. Guardando indietro posso dire di aver scritto tre libri diversi, da cui alla fine è nato “Mangia la zuppa, amore”. Il lavoro non è stato inutile: ogni parola (anche quelle più superflue e sconclusionate, poi tagliate) è servita a ottenere il risultato finale.

Quando hai capito che era il momento di pubblicare?

Questo è stato il problema più grande. Come detto a me piace cambiare, sperimentare. Mi stanco alla svelta. Inoltre prima di questo libro non avevo pubblicato altro, non avevo esperienza. Per questo decidere di mandare in stampa, di eleggere una volte per tutte una versione finale del libro, è stato un passo faticoso, difficile. Ancora oggi ho il dubbio di aver agito con troppa fretta, ma a un certo punto bisogna andare avanti, troncare quel continuo divenire. Anche perché un libro non può essere perfetto.

Hai uno stile particolare. Parlacene un po’.

Allora, il libro alterna capitoli scritti in forma narrativa a capitoli costruiti seguendo la struttura di un testo drammatico, teatrale. Nei capitoli in forma narrativa c’è un utilizzo frequente della ripetizione, a volte i tempi verbali sono confusi, la punteggiatura è essenziale e irregolare, i periodi molto lunghi o molto corti. Tutto questo per rendere la confusione che prova il personaggio narrante, e per definire alcuni suoi tratti psicologici. Nei capitoli “teatrali” lo stile è più rigido, freddo, e i periodi sono ricchi di avverbi, che mi sono serviti per descrivere in modo superficiale, per disegnare appena i contorni, senza scendere nei particolari, per lasciare libertà di interpretazione. Questi sono alcuni esempi delle scelte stilistiche da me adottate: decisioni che vanno contro le classiche regole dei manuali di scrittura. Per non scadere nel dilettantismo e per scrivere bene bisogna fare così, dicono loro. Io ho fatto il contrario, perché mi serviva.

Nel testo c’è un riferimento continuo all’infanzia. A cosa è dovuto?

Il personaggio narrante è privo di passato. Non se lo ricorda. Non è sicuro di essere esistito come bambino. Per questo e per altri motivi è affascinato dall’infanzia, dai bambini, dalla semplicità, dalla mancanza di significati. Sensazioni che cerca di raggiungere, di provare per la prima o l’ultima volta, ricostruendo fiabe sulle ceneri del disincanto.

Il libro può essere visto anche come il ritratto di una generazione. Com’è Boris e cosa ha in comune con i suoi coetanei?

Boris è un ragazzo come tanti. Penso che la confusione e la disillusione siano due caratteri dominanti dei ventenni di oggi. C’erano anche prima, ma adesso sono più sporchi, perché siamo più attaccati al terreno, più corrotti. Comunque non sono certo cose nuove, anzi.

“Mangia la zuppa, amore” è stato presentato al premio Strega 2011 da due “colossi” come Predrag Matvejevic e Paolo Ruffilli. Quali sono state le tue sensazioni?

Una grande soddisfazione, perché la mia è una piccola pubblicazione e non pensavo potesse rientrare nella rosa iniziale di un premio letterario famoso. Ma la cosa importante è che il libro ha guadagnato visibilità, con la quale spero di poter raggiungere molte più persone.

Come ha fatto il libro ad arrivare nelle mani di Gordiano Lupi, editore de Il Foglio?

Gli ho inviato il dattiloscritto. Il Foglio è una delle poche case editrici che accetta di ricevere testi via email: unica soluzione per uno dalle tasche vuote.