L’ultimo libro di Amos Oz, Ben Haverim, racconta la realtà del Kibbutz



Secondo il noto scrittore israeliano Amos Oz, il Kibbutz è un esperimento infantile e crudele. Oz ha espresso questo suo pensiero in occasione dell’uscita di Ben Haverim, una raccolta di suoi racconti, otto in tutto, destinati a diventare un omaggio ai pionieri disadattati.

Nel fantasioso  Kibbutz Yqhat, creato dalla mente letteraria di  Oz, sul  finire degli anni Cinquanta si cerca di creare una società egualitaria e armoniosa, di plasmare un Uomo Nuovo ,ma i protagonisti di questi racconti faranno in fretta i conti con una realtà diversa, ricca di questioni ben più personali come l’amore, l’invidia, la timidezza e lo sconforto.

Come spiega lo stesso autore “la cattiveria e l’egoismo si dettero allora alla clandestinità  e minarono il kibbutz alla base”. Lontano da caratterizzazioni stereotipate il Kibbutz Yghat è popolato da personaggi simbolici come il vecchio falegname Martin Vanderberg, idealista votato a diffondere l’esperanto, a suo dire lingua di fratellanza umana, il giardiniere Zvi Provisoner, che colleziona notizie riguardanti le calamità mondiali e Yuval, uno spaventato bambino di 5 anni. Personaggi simboli del disagio diventati prigionieri di un meccanismo più grande di loro.

Durante la presentazione di questo suo libro a Tel Aviv, Oz stesso ha affermato che:
“Sul Kibbutz sono state ormai immolate così tante vacche sacre che io mi sento di dover difendere l’ultima. Che oltre tutto continua a dare latte”.

In realtà è da tempo che Oz medita su questa realtà, da quando  mezzo secolo si era imbattuto nel libro Winesburg, Ohio, opera dello scrittore americano Sherwood Anderson. Dai semi di questa curioistà, nel tempo, è nato ora Ben Haverim

“.