Segale, Bar Atlantic, traduzioni e Libri: il mondo di Bruno Osimo



Cari lettori e lettrici, oggi vi presentiamo la nostra intervista a Bruno Osimo, scrittore e traduttore, che, gentilmente ci ha concesso un po’ del suo tempo per parlare di libri e non solo.

Ciao Bruno, racconteresti ai nostri lettori come sei diventato un traduttore letterario?

Tecnicamente, ho fatto la scuola interpreti e tanta gavetta, sotto forma di traduzioni editoriali di saggistica cosiddetta “varia”, correzioni di bozze e bassa manovalanza di molti tipi.  In Italia chiamiamo «letteraria» la traduzione editoriale, ma nelle lingue slave, c’è maggiore precisione e si parla di «traduzione artistica» solo se si traduce un’opera d’arte. In realtà traduzione artistica e traduzione saggistica sono due bestie un po’ diverse, anche se è innegabile che, come dice Lûdskanov, in linea di principio sia lo stesso processo altamente creativo. Comunque, di fondo, resta quella sensazione che ci sia un disprezzo nella nostra cultura per i lavori manuali (contadino operaio idraulico elettricista…) e ci facciamo crescere le unghie per dimostrare di non farli (anche se poi le usiamo per pulirci le orecchie). Questa metafora descrive bene l’accademia italiana. Analogamente, nel nostro Paese c’è chi si vergogna di fare o aver fatto traduzioni settoriali. Personalmente, ne vado fiero, così come mi vanto di saper fare un impianto elettrico o di usare il decespugliatore e la motosega.

Quali sono le principali qualità che un traduttore letterario dovrebbe avere secondo te?

Tralasciando quelle più banali, come conoscere a perfezione le lingue e capire cosa può esserci di succulento in un testo per una determinata cultura ricevente ed essere capaci di creare un linguaggio d’intermediazione adatto per comunicarlo, è indispensabile che sia una persona che ha capito che non esistono regole ma si tratta di un processo artistico. C’è tanta tecnica, ma se la cosa si limita all’applicazione della tecnica viene fuori come quei libri prodotti da chi ha pedissequamente applicato quanto imparato nelle scuole di scrittura. Il traduttore artistico è un autore che scrive un’opera d’arte. Quindi dev’essere un artista e deve avere fatta sua l’opera che traduce (non gli deve essere assegnata “a freddo”). Io per esempio adesso sto traducendo L’amareneto (a.k.a. Giardino dei ciliegi) di Čechov senza che nessuno me l’abbia commissionato: non riceverò una gran ricompensa alla consegna, perlomeno finché non trovo un editore interessato, ma ho due o tre idee su come si tratti di un’opera geniale e attuale, quindi su come attualizzarla.

Come valuti il mercato editoriale italiano rispetto alle traduzioni? Traduciamo troppo o troppo poco?


Pubblichiamo troppo e traduciamo troppo. Se le traduzioni di qualità fossero pagate come meritano, gli editori se ne potrebbero permettere meno. Occorre allevare generazioni di lettori più esigenti, più viziati, che pretendano il meglio e siano disposti a pagare. Prova a dare loro una birra scadente nei locali dove passano le nottate. Pagano caro, ma bevono bene. Nel radioso avvenire, pagheranno caro, ma leggeranno bene. In campo editoriale, siamo ancora al fordismo, e io auspico un passaggio alla qualità totale.

Rimanendo al mercato editoriale, proprio in questi giorni esce una nuova traduzione del Giovane Holden, ad opera di Matteo Colombo,  a tuo parere, libri come quello di Salinger, già editi, meritano di essere ri-tradotti? Vale quindi la regola che la traduzione influisce sull’opera (in che rapporto)? Cioè l’originale resta tale ma noi italiani, illetterati, lo riadattiamo al nostro gusto contemporaneo?

Non ho letto il Catcher* secondo Matteo, quindi non mi pronuncio su questa versione. I testi classici meritano sempre di essere ritradotti perché ogni versione è un punto di vista, e ogni versione ha un diverso residuo. Quindi vale la pena di ritradurre i classici così come vale la pena di rileggerli. Nello specifico, non credo però che si tratti di un classico. Caratteristica peculiare del classico è l’universalità, mentre il Catcher è un libro di gergo, scritto per una generazione ben precisa di una nazione ben precisa. L’intera operazione è stata un mito, perché sono stati mitizzati sia la nazione, sia la generazione, sia l’autore, sia il romanzo, sia la prima traduttrice. Il mercato editoriale funziona a miti, al mercato fanno comodo i miti, perché i miti si autoriproducono, e vanno avanti per inerzia, così si risparmia in spese pubblicitarie. Quindi capisco l’operazione commerciale di Einaudi, ma penso che se il giovanilese di Salinger ha avuto un senso là/allora, e il giovanilese di Motti può avere avuto un senso qui/allora per una generazione di ventenni italiani che soffocavano nella palude culturale del 1961 e bramavano l’aria «forte sempre più forte come fosse l’America», immagino che il giovanilese di Matteo possa avere un senso per gli attuali “sdraiati”: ma resta il fatto che sarà il giovanilese di Matteo, come a suo tempo era il giovanilese di Adriana, e non quello di Jerome David, il quale fatalmente muore alla dogana linguoculturale degli Stati Uniti d’America.

Progetti futuri a cui stai lavorando e di cui ci vuoi parlare?


Ho autopubblicato Il cantico dei cantici, ho autopubblicato Leskov (Il pellegrino incantato e Il mancino), ho autopubblicato Čechov (L’isola di Sahalìn) e sto per pubblicare Stepančikovo di Dostoevskij. Sono tutte cose che si trovano “nelle migliori e-librerie”. Ho appena pubblicato Sguardi rubati, mia ultima raccolta di poetwit con quadro d’accompagnamento. Il 19 giugno esce il mio terzo romanzo Marcos y Marcos, Disperato erotico foxtrot, che traduce in romanzo la geniale canzone di Lucio Dalla. Testi teorici sulla traduzione à gogo in formato ebook.

Che bilancio fai di Bar Atlantic, il più recente tuo romanzo?

Mah, sia positivo che negativo. Positivo perché è piaciuto ad alcuni critici anche di giornali importanti, negativo perché mi ha fatto perdere due lavori, a Urbino e a Misano, nei cui ambienti è stato chiamato «pornografico» e, di conseguenza, io sono stato messo al bando. D’altra parte, parafrasando Groucho Marx, non m’iscriverei mai a un club che considerasse Bar Atlantic un libro pornografico…

C’è un autore ancora non tradotto in italiano che secondo te dovremmo tenere d’occhio?
Tutti. Pur di uscire da quest’aria stagnante di fifty shades of grey de noantri.

Hai qualche consiglio da dare ai giovani che vogliono fare il traduttore?

Consiglio sette punti:

1) imparare un mestiere manuale e pratico (vedi domanda 1) di quelli che diano la possibilità di capire cosa significa fare l’artigiano (in senso etimologico: chi esercita un’arte meccanica): se piace, bene, se no è meglio puntare a un mestiere diverso dal traduttore;
2) diffidare di qualsiasi docente di traduzione che non sia un traduttore;
3) pensarci bene: l’idea è molto romantica, ma il concetto di qualità (vedi domanda 3) è ancora quasi sconosciuto nell’Italia editoriale, quindi se non hai chi ti mantenga fai una vita grama;
4) avere un rapporto morboso con le parole: non pensare che servano a comunicare (idea di per sé volgare), ma pensare che siano portatrici d’affetto;
5) prendere le distanze da grammatiche e dizionari (non servono ai traduttori, servono – forse – ai docenti di lingua);
6) guardare come sono finiti i più noti traduttori italiani;
7) leggere La vita agra di Bianciardi.

Cosa ne pensi dell’albo dei traduttori?


La crisi italiana è più forte che in altri paesi esclusivamente a cause delle corporazioni: i sindacati hanno fatto delle scelte, a mio parere sbagliate, aprendo la strada alla chiusura delle aziende e alla loro delocalizzazione. Se fossi stato un operaio avrei preferito un salario decurtato a un licenziamento. Ed è quello che è successo anche ai traduttori: guadagniamo la metà del poco che guadagnavamo 20 anni fa. La sfida della crisi del settore va vinta puntando tutto sulla qualità. Gli editori italiani (mediamente, ma con nobilissime eccezioni) producono manufatti sempre più scadenti e numerosi. Prima parlavo del passare dal fordismo alla qualità totale: solo per questa via possiamo uscire dall’attuale situazione. Un italiano accetterebbe mai di andare la sera in un locale e di mangiare roba grama? Perché invece – editorialmente parlando – ingurgita di tutto? Perché manca la “moda” della qualità della cultura, mancano imprenditori culturali interessati a promuoverla e capaci di farlo.Se c’è lo Slow Food, perché non ci può essere lo Slow Read, e lo Slow Translate?

*Osimo si riferisce al titolo originale de Il Giovane Holden, The Catcher in the Rye

Questa è la sua biografia: Bruno Osimoè nato il 14.12.1958. Sposato, due figli. Diplomato traduttore-interprete nel 1980, si è laureato in Lingue e letterature straniere (inglese-russo) nel 1996. Nel 2003 ha terminato un dottorato di ricerca in Semiotica della traduzione sulla Critica della traduzione (Università degli Studi di Milano) seguìto come supervisore de facto da Peeter Torop dell’Università di Tartu (Estonia). Dal 1980 traduce dall’inglese e dal russo (il più recente: “Racconti di Odessa” di Isaak Babel’, editore Voland). Ha tradotto tra gli altri Čehov, Tolstoj, Steinbeck. Dal 1989 insegna scienza della traduzione presso l’Istituto Superiore Interpreti Traduttori della Fondazione Milano, dove è anche coordinatore del corso di laurea in Mediazione linguistica. Ha pubblicato saggi sulla traduzione (il più noto è il “Manuale del traduttore”, Hoepli), i romanzi “Dizionario affettivo della lingua ebraica” (2011) e “Bar Atlantic” (2012), con l’editore Marcos y Marcos di Milano, raccolte di poesie in samizdat (“Proposta sibillina”, “Ce l’hai scarico da un pezzo”, “Sei un vaso di fiori di campo”, “La scoiattola d’autunno”, “Bolle d’accompagnazione” e, di imminente uscita, la raccolta “Sguardi rubati”). Ama correre, ascoltare musica, leggere, scrivere poesie e romanzi nei bar rumorosi e nei luoghi frastornanti. Gli piacciono i luoghi pubblici, cucinare (vegetariano), invitare a cena, andare a letto presto la sera e svegliarsi presto la mattina, fare la spesa, insegnare, scrivere libri non accademici su argomenti seri, nuotare, ballare balli da sala, cantare, parlare con gli amici.

Bruno Osimo