Settanta acrilico trenta lana di Viola Di Grado



Comincia la corsa al Premio strega e tra tutti i romanzi presentati alla selezione finale, uno dei favoriti è sicuramente questo Settanta acrilico Trenta Lana di Viola Di Grado che Giovanni Pacchiano Il Sole 24 Ore ha così investito:
“lei, i romanzi dei suoi concorrenti, li eclissa. Se c’è giustizia al mondo, farà piazza pulita ai premi”.

Mentre l’editore E/0 in quarta di copertina ha pensato di puntare su dark come Amélie Nothomb e letteraria come Elena Ferrante.

La storia come ci vine presentate è invece questa:
Camelia vive con la madre a Leeds, una città in cui “l’inverno è cominciato da così tanto tempo che nessuno è abbastanza vecchio da aver visto cosa c’era prima”, in una casa assediata dalla multa. Traduce manuali di istruzioni per lavatrici, mentre la madre fotografa ossessivamente buchi di ogni tipo. Entrambe segnate da un trauma, comunicano con un alfabeto fatto di sguardi. Un giorno però Camelia incontra Wen, un ragazzo cinese che comincia a insegnarle la sua lingua: gli ideogrammi. Assegnando nuovi significati alle cose, apriranno un varco di bellezza e mistero nella vita buia di Camelia. Ma Wen nasconde un segreto, assieme a uno strano fratello che dietro una porta deturpa vestiti..
Sicuramente si tratta di un bel libro e la Di Grado sa scrivere, eccome se sa scrivere, manipola la lingua a piacere e il suo sguardo finisce a riempire una scena di dettagli universali così infinitesimali da riuscire, solo attraverso il suo stile a riempire una pagina e a lasciarti sospeso a pensare…

Tanta cura ed elaborazione stilistico/ linguistica finisce però, e non poteva essere altrimenti, ad appesantire un po’ la trama che non scorre velocissima ma in fondo è giusto così, già a partire dal titolo Settanta acrilico, Trenta lana (l’etichetta di un vestito) si capisce che è un romanzo che volutamente rivolge il suo sguardo al microcosmo letterario, che in cuor suo cerca di far letteratura, di smuovere il pensiero e di abbattere pareti preconfezionate dominanti.

E in parte ci riesce alla grande perché questo libro è un fuoco d’artificio che illumina la notte ma purtroppo si spegne in fretta, brucia e si consuma nelle sue pagine arricchite, a volte troppo, perché nella ricerca assoluta dell’originalità si annida il peccato di questo libro che appare “troppo bello per essere vero”.

Una lettura consigliata, alcune pagine da sole valgono il prezzo di copertina, forse il consiglio migliore che ci sentiamo di darvi è di leggero a spezzoni, a singhiozzo, non tutto d’un fiato ma di soffermarvi su queste inquadrature letterarie dove la Di Grado è bravissima.